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LA PREVIDENZA CHE VERRA’

 Per correggere la riforma “Fornero” si sono riaccesi i motori sul dossier della previdenza con una serie di proposte, presentate a luglio scorso, dalla Commissione Lavoro della Camera e dal Presidente dell’Inps Tito Boeri, che dovranno essere approvate con la prossima legge di stabilità.

Da un anno a questa parte sono almeno una dozzina le proposte di legge che cercano di affrontare la questione. La proposta “madre”, quella destinata a fare da testo base, porta la firma dell’ex Ministro del Lavoro Cesare Damiano, attuale presidente della Commissione, e di Pier Paolo Baretta, attuale sottosegretario all’economia.

In discussione, innanzitutto, è la possibilità di introdurre maggiore flessibilità “in uscita” dal mondo del lavoro. Ovvero di cambiare le regole attuali per accedere alla pensione anticipata che impongono molti anni di contributi (circa 42 anni a seconda del sesso) oppure un’età avanzata per la prestazione di vecchiaia (67 anni per tutti da gennaio 2021).

In altre parole chi vuole andare in pensione a poco più di 60 anni, oggi proprio non può, anche volendo rinunciare ad una parte dell’assegno previdenziale.

Le conseguenze sono evidenti: scarso ricambio generazionale (se i lavoratori restano a lavorare i giovani non entrano) e difficoltà ad uscire dal mercato del lavoro se c’è la necessità oggettiva di anticipare la pensione.

L’idea dunque del governo – UE permettendo – è quella di non smontare la legge Fornero ma semplicemente di correggere una riforma che ha avuto un difetto fondamentale: quello di non prevedere alcuna gradualità nel passaggio dal vecchio al nuovo sistema.

Le proposte sono di assoluto buon senso anche se l’Unione Europea ha già messo le mani avanti in caso di aumento complessivo della spesa previdenziale. Il diktat è quello di non alterare i conti pubblici. Un vincolo, questo, che pesa nel confronto sulle varie ipotesi allo studio ma che non impedisce una vivace discussione tra Governo e sindacati.

Andiamo adesso per ordine e vediamo quali sono le proposte.

 

Proposta Damiano e Baretta

La formula è semplice: requisito minimo di 35 anni di contributi ed un assegno pari ad almeno 1,5 volte quello sociale (673 euro mensili nel 2015).

Quindi per ogni anno di anticipo rispetto all’attuale età pensionabile di 66 anni si perde il 2% sino ad arrivare ad un taglio dell’8% per chi va in pensione a 62 anni con 35 anni di contributi.

Se ci sono più anni di contributi (vedi tabella) la penalizzazione è più contenuta. Chi resta di più al lavoro ottiene invece 2 punti di percentuale per ogni anno di lavoro sino a raggiungere un bonus dell’8% per chi riceve la pensione a 70 anni.

In alternativa, sia gli uomini che le donne, possono andare in pensione dopo aver maturato almeno 41 anni di anzianità contributiva a prescindere dall’età anagrafica e senza alcuna penalizzazione.

Secondo il Presidente Damiano la spesa complessiva resta abbastanza contenuta. A Suo parere, infatti, ha chiarito che non bisogna prendere a riferimento la platea potenziale dei pensionandi, ma solo quella reale, che è certamente più ridotta, visto che non appena approvata la legge non vanno tutti in pensione a 62 anni.

Poi occorre considerare che questa platea di persone che non ha più reddito, perché ha perso il lavoro e non ha ancora i requisiti per la pensione, attualmente viene sostenuta con la cassa in deroga spendendo miliardi. Diminuirebbe poi anche il numero dei poveri potenziali che altrimenti vanno assistiti. Questo meccanismo di flessibilità, sostiene Damiano, risolverebbe anche per sempre il problema degli “esodati”, mettendo fine ai decreti di salvaguardia (i primi 6 sono costati ben 11,6 miliardi di euro).

Il Presidente Damiano ha precisato, poi, che la sua è una proposta di base e la riduzione del 2% può diventare 2,5% e l’8% diventa 10% con quattro anni di anticipo.

 

Proposta Boeri

Il Presidente dell’Inps ha avanzato cinque proposte che lasciano ampi margini di interpretazione sia sulla loro applicazione e sia sui costi che l’Inps non ha indicato minimamente. Ma vediamo quali sono:

-          una rete di protezione sociale dai 55 anni in su con l’introduzione di un reddito minimo garantito, per via assistenziale, che oggi manca nel nostro Paese. In questa fascia di età la povertà si è triplicata negli ultimi sei anni;

-          consentire la ricongiunzione, senza oneri a carico dei lavoratori, per ottenere una pensione unica mettendo insieme i contributi versati in diverse gestioni, compresa quella dei parasubordinati;

-          un contributo di solidarietà per coloro che hanno redditi pensionistici elevati, in virtù di trattamenti molto vantaggiosi dovuti al calcolo retributivo rispetto a quei pensionati che otterranno invece il calcolo contributivo;

-          prevedere una flessibilità sostenibile dell’età pensionabile lasciando prima il lavoro e ricevendo il 3% o 3,5% in meno per ogni anno di anticipo rispetto all’attuale età pensionabile (66 anni);

-          consentire a chi anticipa il pensionamento e alle aziende, che vogliono favorire il lavoratore, di versare contributi aggiuntivi che diventano un supplemento al raggiungimento dell’età per la pensione di vecchiaia.

Va sottolineato che sulle proposte del Presidente Boeri il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti  le ha considerate “un utile contributo” aggiungendo che  “sulle pensioni bisogna agire e discutere con grande misura, per non  alimentare paure e aspettative ingiustificate”.

La nostra associazione 50&Più è assolutamente convinta che l’introduzione di norme di maggiore flessibilità che consentano ai lavoratori di andare in pensione in anticipo rispetto all’attuale età pensionabile (66 anni) sia decisamente importante ed opportuna.

Sempre 50&Più insieme al Cupla hanno comunque già più volte chiesto al Governo e alle Commissioni parlamentari, di prevedere un apposito paniere Istat mirato ai consumi dei pensionati e ciò soprattutto per coloro che si trovano al di sotto della fascia di povertà (circa 3,3 milioni di autonomi), il cui numero è lievitato notevolmente negli ultimi anni.

Una soluzione potrebbe essere quella di dare finalmente applicazione ai principi della Carta Sociale Europea, adeguando gradualmente l’importo della pensione minima (€ 502 mensili per il 2015) – come del resto esorta il Comitato Europeo dei Diritti Sociali – al 40 per cento del reddito medio nazionale equivalente (circa € 650 mensili).

LA PROPOSTA DELLA COMMISSIONE LAVORO DELLA CAMERA

 

Età pensionabile

ANNI DI CONTRIBUZIONE

35

36

37

38

39

40

 

    Riduzione pensioni in %

62

-8

-7,7

-7,3

-6,9

-6

-3

63

-6

-5,7

-5,3

-4,9

-4

-2

64

-4

-3,7

-3,3

-2,9

-2

-1

65

-2

-1,7

-1,3

-0,9

-0,5

-0,3

66

0

0

0

0

0

0

 

  Aumento pensioni in %

67

+2

+2

+2

+2

+2

+2

68

+4

+4

+4

+4

+4

+4

69

+6

+6

+6

+6

+6

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